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LE ORIGINI

by Angel aka Valandur

 

Era una serata come tante altre a Brea, e Nob aveva appena chiuso nella stalla della locanda i pony di un folto gruppo di nani dei Monti Azzurri arrivati la sera stessa nel piccolo villaggio; erano rumorosamente entrati al Puledro Impennato, sbuffando e borbottando, e quando la porta si era richiusa alle loro spalle, la strada era improvvisamente tornata nel silenzio. Alla luce della lanterna che illuminava l’insegna, il piccolo hobbit vide però due alte figure ammantate avvicinarsi, e proprio mentre raggiungeva la porta che dava sull’ingresso, queste lo raggiunsero e la più alta gli fece segno di entrare.

Nob si sentiva vagamente a disagio, e nonostante la sua curiosità, evitò di porre domande ai forestieri e si limitò ad entrare ed a chiamare il suo principale, il vecchio Omorzo Cactaceo. Ma quando i due stranieri si abbassarono il cappuccio dei mantelli, neppure Omorzo, che pure aveva visto nella sua locanda uomini del Sud, hobbit della Contea, nani dei Monti Ferrosi, viaggiatori delle Terre Selvagge poté trattenere un moto di meraviglia: per la prima volta nella sua vita vedeva uno degli ultimi elfi Luminosi della Terra di Mezzo.

"Dovremmo alloggiare qui stanotte, ci sono stanze libere?" disse l’uomo che lo accompagnava, alto e severo, cinto di spada.

"Certamente mio signore" rispose l’oste, "potrei sapere i vostri nomi?".

"Il mio nome è Valandur, ed il mio accompagnatore si chiama Elmore".

"Molto bene, ecco le chiavi della vostra camera. Ehi Nob!" vociò l’uomo corpulento "Accompagna i signori al primo piano e mostra loro l’ultima stanza in fondo al corridoio! La cena verrà servita fra mezz’ora nella stanza comune, nel frattempo potrete rinfrescarvi e ripulirvi dal viaggio. Vi auguro una buona permanenza nella mia umile locanda."

Dopo qualche tempo i due compagni scesero nella fumosa stanza comune dove erano presenti numerosi avventori: il gruppo dei nani dei Monti Azzurri, appena sistematosi su un lungo tavolo di legno, una folta e chiassosa compagnia di abitanti locali, e diversi viaggiatori solitari; tra essi Valandur riconobbe due sue vecchie conoscenze: il duro e riservato Duleiman, un mezzoelfo conosciuto tempo addietro nella bella casa di Elrond, ed il burbero Arbeleg, della stirpe di Beorn.

Erano seduti un po’ in disparte rispetto agli altri, ma nonostante ciò tutti i loro sforzi di passare inosservati furono vanificati dall’ingresso dei due amici; quando qualcuno riconobbe le fattezze dell’elfo tutta la sala si girò infatti nella loro direzione e vide un poderoso dùnadan armato di tutto punto, che indossava una pesante corazza di maglie d’acciaio (fatto di per sé piuttosto inusuale nella piccola Brea) ed uno splendente Noldo, dai movimenti aggraziati e dagli occhi luminosi.

"Salve e bene arrivati!" li apostrofò il grosso Beorniano "Bevete con noi! Il nostro amico Mago è di sopra a riposare, i lunghi viaggi lo stancano sempre; scenderà tra breve."

"Speriamo sia così" sorrise Valandur sedendo accanto al mezz’elfo "abbiamo novità importanti, ed è necessario discuterne tutti insieme. Dov’è Cromm?".

"E’ uscito un’ora fa, ha detto che aveva questioni urgenti da risolvere" rispose Duleiman.

"Certamente" lo interruppe Arbeleg "questioni a due gambe e che portano una sottana! Arrivando stamani mi sembra abbia adocchiato un’abitante locale, graziosa devo ammettere."

"Vorrà dire che non attenderemo il suo ritorno" disse Elmore "certe questioni hanno bisogno di tempo, e noi ne abbiamo poco".

Pochi minuti dopo scese il loro amico che riposava nelle stanze al piano superiore della locanda; un uomo dal fisico meno imponente dei suoi compagni, che però nascondeva, dietro il suo aspetto e sotto la sua lunga veste blu, un potere latente che poteva sprigionarsi in qualsiasi momento: si trattava infatti di Areq Ru, un esperto conoscitore di forze arcane e misteriose, che aveva imparato a controllare dopo lunghi anni di studio ed applicazione.

Dopo essersi salutati fra loro i sei amici consumarono la loro cena, sotto gli occhi curiosi degli altri avventori, raccontandosi i rispettivi viaggi che li avevano portati fino alla locanda; anche Cromm li aveva raggiunti quasi subito, con una espressione ben poco soddisfatta sul viso: egli era un imponente uomo del Nord, il più robusto del gruppo di viaggiatori, con i lunghi capelli biondi che gli scendevano fino alle ampie spalle. La sua abilità con la spada era notevole, e benché poco interessato alle antiche storie od alle usanze degli altri popoli, era un cuore fedele, e la sua forza aveva tratto più volte d’impaccio il gruppo.

Quando Nob portò via i piatti e le ciotole che avevano usato, Valandur accese la sua pipa ed Elmore cominciò a raccontare agli altri le novità che avevano sentito e che li avevano ancora una volta riuniti.

"Un mese fa, durante una battuta di caccia nei pressi di Gran Burrone, io e Valandur ci siamo imbattuti in un folto gruppo di orchi. Capisco la sorpresa e lo stupore che leggo nei vostri sguardi: una intera Compagnia di quelle immonde creature che osa avvicinarsi alla Valle Nascosta in pieno giorno! La Sorte ha voluto che fossimo a cavallo e che il richiamo del corno del nostro amico dùnadan sia giunto alle orecchie dei cacciatori che ci accompagnavano: in caso contrario io e lui non saremmo qui a raccontarvi tale incontro inaspettato."

L'uomo al suo fianco sorrise mentre fumava placidamente la sua pipa.

"Dopo averli circondanti e sopraffatti" riprese Elmore, "e prima di incenerire i loro resti, abbiamo esaminato le loro insegne: un bianco teschio insanguinato in campo nero. Si trattava di una razza di orchi particolarmente grossa e disciplinata, che non sembrava temere in alcun modo la luce del sole; qualcuno di voi ne sa qualcosa?"

Le espressioni perplesse degli ascoltatori convinsero l'elfo che i suoi amici non avevano mai visto un tale simbolo, o sentito parlare di simili tribù; decise perciò di riprendere il suo racconto: "Abbiamo pensato di effettuare delle approfondite ricerche nella zona, allo scopo di ottenere maggiori informazioni su quanto era accaduto; seguendo le tracce degli orchi siamo giunti infine ad un piccolo villaggio di contadini e pastori che si trova a nord, a pochi giorni di marcia da qui. Dopo molte insistenze, siamo riusciti a vincere la paura del capo villaggio, il quale ha confermato i nostri sospetti: la sua gente paga un tributo agli orchi e viene utilizzata come base logistica per le loro scorrerie a sud. Le loro forze si trovano piuttosto a nord, ma ci hanno riferito che proprio in questo periodo dovrebbe giungere un grosso gruppo a riscuotere le decime per il loro signore, che pare risponda al nome di Ar-Imrazôr".

"Un nome piuttosto strano per un orco, mi pare" interloquì Duleiman "che osa anzi proclamarsi Signore nell'Antica Lingua dei padri degli uomini".

"Cosa significa tutto ciò?" disse Cromm "Come fate ad affermare che codesto orco stia abusando di un titolo?".

Ma Valandur disse "Come confermeranno Duleiman ed Areq Ru, miei consanguinei, il nome Imrazôr è di chiara origine nùmenoreana, ed il Titolo del quale parliamo è contenuto nel prefisso Ar, che precede il nome stesso".

"Ma che storia è questa?" interruppe Arbeleg "Stiamo parlando di un orco o di un uomo?"

"E ciò che vorremmo scoprire" disse Elmore,"se ci seguirete fino alla sua tana".

 

Erano partiti la mattina successiva di buon’ora, uscendo dalla piccola città che si stava svegliando per un’altra giornata di lavoro; le espressioni curiose degli abitanti li avevano seguiti fino alle porte occidentali dell’abitato, ma poi si erano di nuovo concentrate sui loro piccoli affari, ignare dello scopo e delle intenzioni di quegli stranieri misteriosi.

I sei compagni seguirono per due giorni l’antica strada lastricata che si dirigeva a nord, costruita in tempi remoti dai Padri degli Uomini, allontanandosi da essa solo all’imbrunire del secondo per dirigersi con passi furtivi verso nord-est, inoltrandosi per sentieri sconosciuti ai più e seguendo le indicazioni dell’elfo che li guidava con la sua consueta perizia, frutto dell’intimo rapporto dei membri della sua razza con le cose della Natura.

Viaggiarono in questo modo per cinque giorni, con il sole di fine estate che ancora riscaldava i loro volti ed i loro cuori, e mentre preparavano il campo per l’ultima notte, prima di giungere al villaggio, tappa intermedia del loro cammino, scherzavano e ridevano davanti al fuoco scoppiettante; ripresero la marcia prima del sorgere del giorno, ed avanzarono di buona lena, in modo tale da giungere alla loro meta prima di sera. Quando il sole era già alto e gli amici cominciavano a pregustare una sosta ristoratrice, Elmore si arrestò improvvisamente sulla cresta di un’alta collina, e dopo qualche istante si buttò a terra sotto lo sguardo allarmato dei compagni che lo seguivano.

"Cosa succede?" disse Valandur a bassa voce mentre strisciava al suo fianco.

"Osserva," disse l’elfo, "non noti nulla?".

Il dùnadan cominciò ad osservare il panorama che si stendeva innanzi ai suoi occhi: un territorio irregolare e selvaggio, coperto da poche macchie di alberi immerse in un mare di brughiera. Il sole splendeva alto nel cielo azzurro; era una visione pacifica e tranquillizzante. L’uomo stava rivolgendosi di nuovo al Ranger al suo fianco, quando i suoi occhi notarono finalmente l’origine della preoccupazione dell’amico: un sottilissimo filo di fumo nero si alzava in lontananza, proprio nella direzione che dovevano seguire nel pomeriggio seguente.

"Dannazione, quello non è il fumo di un camino o di un falò".

Anche gli altri li avevano raggiunti e Duleiman aveva appena notato l’esile scia che si stagliava a diverse leghe di distanza da loro: "Temo che dovremo affrettarci, ma teniamo gli occhi aperti; potrebbe esserci ancora qualche loro esploratore nei dintorni".

Arrivarono al villaggio all'imbrunire; avevano infatti rallentato l’andatura e camminavano circospetti e guardinghi, pronti a notare qualsiasi movimento o rumore sospetto nelle vicinanze; il piccolo centro abitato era ormai ridotto ad un cumulo di macerie annerite ed i corpi dei suoi abitanti erano sparsi dappertutto, alcuni di loro orrendamente mutilati, altri bruciati, tutti con un’espressione di terrore e sofferenza nei volti.

Si inoltrarono silenziosamente tra le case, gli occhi fissi sullo scempio perpetrato dalle malvagie creature alle quali davano la caccia, fermandosi infine al centro del villaggio, dove era stato piantato un palo al quale era legato un uomo; aveva subìto atroci torture, ed in bocca aveva un sacchetto di monete. L’elfo si aggirava senza sosta tra i cadaveri, gli occhi fissi sul terreno.

"I maledetti orchi sono arrivati prima di noi," disse Arbeleg "ma ora anche questo verrà messo in conto; la mia ascia non tornerà indietro senza aver assaggiato il loro sangue immondo!"

"Che cosa può essere accaduto?" disse Areq Ru.

"Temo che la nostra visita di alcuni giorni fa non sia passata inosservata; evidentemente i nostri nemici hanno voluto punire gli abitanti per la loro collaborazione," rispose Valandur "l’uomo che vedete è infatti il capo villaggio".

"Ed il sacchetto che gli hanno messo in bocca significa che ha parlato troppo" proseguì Duleiman.

"Raduniamo e bruciamo i cadaveri" concluse Cromm, avvicinandosi ad uno di essi "sarà un triste lavoro ma non possiamo seppellirli tutti, dobbiamo…"

"No!" lo fermò Elmore "Non possiamo farlo! Gli Orchi non sono lontani e potrebbero notare il fuoco; le tracce che vedo risalgono a meno di un giorno fa, dobbiamo inseguirli senza indugio".

"Ma non possiamo lasciare le salme di questi poveretti in pasto ai corvi," protestò Arbeleg "e non abbiamo tempo di seppellirli tutti!"

"Elmore ha ragione" rispose Areq Ru "dobbiamo partire subito se non vogliamo rischiare di perdere il contatto con gli assalitori, ed essi potrebbero avvistare il fumo di un grosso falò; io credo che dovremmo a malincuore proseguire."

Ma Valandur disse: "Io credo che nonostante tutto Arbeleg abbia ragione; non possiamo lasciare qui i loro cadaveri senza degna sepoltura. Io dico di rischiare: raduniamo i loro corpi ed accendiamo un fuoco, riposiamoci per qualche minuto e poi partiamo all’inseguimento; tu Duleiman, cosa ne pensi?"

"Sono d’accordo" rispose il mezz’elfo "Cos’altro potremmo fare ormai per questi sventurati?".

"E sia" concluse Valandur "mettiamoci al lavoro, e cerchiamo di fare in fretta."

 

Continua ...

 

 

 

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