DEDICATO AI GIOCHI DI RUOLO D'ISPIRAZIONE TOLKIENIANA 

 

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AVVENTURE & CO. INCONTRI

HUMOR

PG & CO. CHI SIAMO

 

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..:: AVVENTURE & CO. ::...

 

Il Tomo di Golodhlir

by Ossian aka "Il Master"

 

PG GIOCATORE NICKNAME
BEREAL ALESSIO GEKO
KORA MICAELA TYRANDE
GWAERON FAUSTO NORTHMAN
EARWEN SARA ELYANNA
CARANTHIR ANGEL VALANDUR
ARRAKHA GIANFRANCO MARAUDJA

 

INDICE

CAPITOLO 1: "ANTEFATTI" (By Ossian)

CAPITOLO 2: "PREMESSA" (By Ossian)

CAPITOLO 3: "BEREAL & KORA" (by Geko e Tyrande)

CAPITOLO 4: "GWAERON" (by Northman)

CAPITOLO 5: "EARWEN" (by Elyanna)

CAPITOLO 6: "LA TORRE DELLE AQUILE" (by Ossian, Valandur, Elyanna e Northman)

 

...:: ANTEFATTI ::...

(By Ossian)

 

Master

Alla fine del secondo millennio della Terza Era del sole, il potere del Re Stregone di Angmar sembrava essere svanito. Tuttavia, la minaccia di Angmar non poteva dirsi morta. Vi erano ancora dei signori della guerra nello scomparso reame del nord, avidi di potere e di colmare il vuoto seguito alla scomparsa dei Signore dei Nazgul. Per rovesciare la stremata Arthedain, presero a far lega tra di loro, radunando per le contrade selvagge delle piccole armate di uomini delle colline, a sud, ed orchi a nord delle erenvalli, impresa non facile dopo che questi erano stati decimati nella guerra. L’unica speranza dei capitani del raminghi nord risiedeva nell’eterna discordia che divideva questi signori di briganti. Nel loro libro paga vi erano infatti ci sono diversi feudatari minori, spie ed esploratori.
Nello stesso, breve torno di tempo, dalle Montagne Nebbiose la fuga dei nani si fece sempre più copiosa. Essi si rifiutavano di parlare della nera forza che li aveva scacciati dalla loro dimora più splendente, il Nanosterro. Molti erano ancora in preda al panico o pallidi come se avessero visto una legione di spiriti, e ciò era inusuale e destava meraviglia nei pochi dunedain rimasti, poiché i nani erano gente forte e poco avvezza a spaventarsi, altri invece tacevano perché feriti nell’orgoglio, col cuore colmo di dolore per l’abbandono delle miniere di mithril. Approfittando di ciò, e richiamati da un male antico ed ancora senza nome, le creature corrotte delle Montagne Nebbiose ripresero a moltiplicarsi, e si radunarono dentro i cunicoli più profondi di Khazad Dum, eleggendoli a loro nuova dimora.
A Mithlond, nel frattempo, era salito in potenza e considerazione un elfo noldo, la cui parentela lo faceva risalire nientemeno che a Finarfin (cosa testimoniata dai suoi capelli, di un intenso color oro scuro). Era questi un esule di Ost in Edhil, di nome Eruyomon. Sebbene in molti lo evitassero per i suoi modi bruschi, per l’orgoglio che nutriva per la sua stirpe e per la fiducia che riponeva nel sangue degli uomini, era tuttavia apprezzato come consigliere e personaggio pronto all’azione. Molto più di tutti i suoi simili, a dire il vero. Eruyomon era dell’opinione che molti dei colpi messi a segno dall’Oscuro erano derivati dal dorato isolamento degli elfi. Questi, ricolmi del potere dei Valar, figli della Luce e della Saggezza, avevano il dovere di mettersi in prima linea contro i nemici della Terra di Mezzo, giorno per giorno con le loro spade, e nei secoli preservando per gli uomini mortali la memoria degli errori passati. Questa politica così ardita lo rendeva inviso a molti, che erano però ben lieti di mandarlo a rischiare la pelle in imprese semisuicide se ciò lo rendeva felice.
Una di queste imprese avvenne all’alba del primo giorno successivo alla caduta del Re Stregone. Eruyomon, temendo che le forze di Carn Dum in rotta potessero rifarsi su quanti prigionieri erano rimasti nelle sue tristi e buie celle, organizzò una squadra di elfi di Mithlond e Rivendell di sua conoscenza, esperti nel maneggio delle armi e rapidissimi viaggiatori, per giungere a Carn Dum il prima possibile. Qui la disperazione regnava incontrastata, tra le squallide sale già riecheggiavano grida di morte e dolore mentre gli aguzzini degli orchi infierivano sugli ultimi prigionieri rimasti. Tra di essi, Eruyomon ne scoprì uno che non si aspettava di trovare ancora in vita: un elfo. Ma non uno qualunque, bensì noldo, vecchio amico dei tempi di Ost in Edhil, un sapiente ed un veggente, ma soprattutto l’autore di un libro che tutti credevano perduto o in mano al nemico, un libro che conteneva decine di criptiche profezie sul futuro di Arda, comprese molte delle future mosse dei servi dell’Oscuro. Il nome di questo elfo era Golodhlir…

...:: PREMESSA ::...

(By Ossian)

 

Il Dialogo dell'Alto
Un sibilo nel vento, il mormorio di un onda, lo scricchiolare della ghiaia, il lamento delle montagne...una canzone...una canzone di potere...
Troverai…RUNE!…
…Possenti segni…
…Vittoriosi segni….
Che colorò il Vate possente,
Cui diedero forma gli Dei Potenti e
Incise il Dio che tra gli Dei Urla...
Un uomo che cerca di capire come è arrivato lì, in quello stato, prima di accorgersi che solo alla fine del viaggio dentro di se i dubbi trovano risposta. Prima, le domande possono solo far luogo ad altre domande...

...:: BEREAL & KORA ::...

(by Geko e Tyrande)

 

Bereal

Il viaggio da Imladris era stato lungo e faticoso ma, per fortuna, privo di pericoli.
Stava cavalcando verso Nord da diverse settimane e un giorno, finalmente, alla rossa e soffusa luce del tramonto, riuscì ad intravedere all’orizzonte quello che sembrava essere un enorme villaggio.
Procedette con cautela per qualche altro chilometro poi smontò e, tenendo il suo cavallo alla briglia, si avvicinò all’alta palizzata che delimitava il confine sud. Vicino all’ingresso sedeva, su un grosso ceppo, un imponente uomo vestito di corazza di maglia ed armato con una lunghissima spada.
Fece qualche passo verso la guardia e questa subito si alzò in piedi. Era alta un paio di metri ed una profonda cicatrice solcava la sua fronte proprio sopra il sopracciglio destro:
“Chi sei, viaggiatore, e cosa ti ha spinto fino al nostro villaggio?”
Bereal, il Bardo, fece qualche passo avanti entrando nel cono di luce proiettato dalle lanterne appese vicino all’ingresso. Osservò attentamente l’uomo che aveva di fronte e che gli aveva appena parlato e … lo riconobbe!
“Gherwuff … non riconosci un vecchio amico quando lo incontri?”
La guardia si fece avanti fermandosi a pochissimi centimetri dal suo interlocutore.
“Chi dovresti essere tu? Io non ti …” un attimo di stupore “Che gli Dei proteggano la mia vista … Bereal … sei proprio tu? Ti credevamo tutti morto … sono quasi dieci anni che sei sparito … noi …”
“Gherwuff … hai intenzioni di lasciarmi qui fuori o pensi che sia possibile farmi entrare?”
Una sonora risata ed una poderosa pacca sulla spalla accompagnarono il Brado all’interno del villaggio.
Percorse la strada principale tenendo il suo cavallo per la briglia. Tutto era silenzioso e poche erano le persone che incontrò lungo il percorso … fin quando il suo sguardo non incrociò quello di un vecchio uomo che, seduto fuori dell’uscio della sua abitazione, stava affilando un lungo pugnale.
I due si guardarono, per qualche istante, poi il vecchio si alzò e gli si fece incontro.
Bereal era impietrito, ma nonostante tutto riuscì a parlare:
“Whern … Maestro …”
Fece un inchino e rimase in quella posizione fin quando il vecchio non lo colpì lievemente ed affettuosamente sulla spalla:
“Bereal, figliolo, sei tornato finalmente. Tutti credevano che fossi morto ma io sapevo che la verità era diversa. Guardati … sei diventato grande e sei abbigliato riccamente e parli come un nobile Signore … e quegli strumenti musicali, sul tuo cavallo … ma dove sei stato tutti questi anni?”
“Maestro … avremmo tanto tempo, domani, per parlare ma ora ho bisogno di sapere dove abita la mia famiglia … perché sono ancora vivi, vero?”
“Si figliolo, sono ancora tutti vivi, anzi devi sapere che …”
Lo interruppe
“Dove abitano, Maestro?”
Un attimo di silenzio, poi un sorriso e un cenno d’assenso
“In fondo alla strada, sulla destra, dopo la Taverna di Frugar”
“Grazie Maestro, a domani”
Fece per andarsene ma venne fermato dopo pochi istanti:
“Bereal, figliolo … sono contento tu sia tornato”
Un attimo di commozione, poi la risposta
“Anch’io Maestro, anch’io!”
Raggiunse l’abitazione che Whern gli aveva indicato: era una casa molto grande e ben curata. Oltrepassò la piccola porta del recinto esterno e si avvicinò all’ingresso.
In quel momento dall’edificio uscì un bambino che, nell’impeto della corsa, quasi non gli finì addosso. Un’evidente aria d’imbarazzo si dipinse sul suo volto
“Mi scusi Signore, non l’ho fatto apposta … non mi aspettavo ci fosse qualcuno qui fuori la porta”
Bereal s’inginocchiò in modo che i suoi occhi si trovarono alla stessa altezza di quelli del suo giovane interlocutore. Aveva meno di dieci anni e …
“Fereal, torna subito dentro”
Una donna era appena uscita fuori e stava richiamando a gran voce il figliolo.
Bereal si alzò in piedi e la riconobbe immediatamente. Non gli sembrava vero …
“Madre …” riuscì a stento a dire non senza commozione
La donna fece qualche passo avanti e in quel momento uscì dalla casa anche un uomo. I due si avvicinarono ulteriormente ed ora Bereal non aveva più dubbi:
“Padre … Madre … sono tornato”
Il piccolo Fereal era in preda alla più totale confusione, i suoi genitori erano visibilmente emozionati e commossi … e quel viandante, abbigliato in modo strano, li aveva appena chiamati “madre” e “padre”.
Dopo alcune ore Bereal e Fereal sedevano vicini, di fuori, al chiaror di luna.
“E così tu sei mio fratello. Mi avevano parlato di te … però tutti pensavano che fossi morto”
Bereal lo fissò per un attimo poi gli sorrise
“E invece sono ancora vivo. Ho viaggiato a lungo, per molti anni, ho visitato molti luoghi e imparato tante cose.”
“E sai anche suonare? Ho visto degli strumenti sul tuo cavallo”
“Si … ho imparato molto bene a suonare, a cantare e a raccontare delle storie meravigliose!”
“Davvero? Perché non me ne racconti una?”
“E' tardi e tu dovresti essere già a letto a quest’ora!”
“Solo una … per favore …”
“D’accordo, va bene”
Prese lo strumento a corde che gli avevano regalato a Imladris, mesi prima, e disse:
“Ti racconterò la storia della ricerca del Tomo di Golodhlir. Un’avventura cui presero parte il nobile Caranthir e sua sorella Earwen, il valoroso Gwaeron e il giovane Arrakha, Kora l’esploratrice ed Eruyomon l’elfo e …”
Fereal lo interruppe
“Elfo? Ma gli elfi non esistono …”
Bereal lo guardò con aria seria, poi distolse lo sguardo. Vagò lontano col pensiero fino a raggiungere Glinlind. Poi si voltò nuovamente verso il fratellino e con un sorriso disse
“Certo che esistono, Fereal … e sono delle creature meravigliose!”
“Se me lo dici tu ci credo … ma tu come fai a conoscere quella storia, quella del Tomo di Goldr…”
“Golodhlir … il Tomo di Golodhlir, Fereal … conosco quella storia perché … perché …”
In un istante gli tornarono in mente tutte le vicende vissute insieme ai suoi sei compagni
“Conosco quella storia perché l’ho vissuta personalmente!”.

 

Kora

Kora si fermò ai margini di una radura, il sole stava calando, e lei doveva preparare il campo per la notte, l’aria era fredda ed umida, l’inverno si stava avvicinando a grandi passi, le giornate erano sempre meno luminose e sempre più rigide.
L’indomani mattina sarebbe giunta alla locanda sull’ultimo ponte, li avrebbe fatto scorte alimentari, comprato vestiti pesanti e soprattutto avrebbe potuto far ferrare il suo cavallo da un buon maniscalco; liberò Omlus dalla sella e dalle briglie, l’animale cominciò a pascolare pacifico vicino ad un albero, la ranger lo guardò per un attimo, poco rimaneva dello splendido destriero che era stato, gli anni e le fatiche lo avevano profondamente segnato e Kora pensò che al suo ritorno a casa avrebbe chiesto a Marcus di lasciarlo libero per sempre; fu colta dalla malinconia a quel pensiero, ma era giusto così si disse.
Il fuoco scoppiettava allegramente mentre le tenebre si infittivano e l’aria diventava fredda come il metallo, quando era sola Kora non riusciva mai a dormire profondamente, il suo istinto le impediva di perdere completamente il contatto con il mondo circostante, anche se Omlus avrebbe potuto avvertire il minimo cenno di pericolo, non era sufficiente per sentirsi al sicuro.
Le stelle del cielo cominciavano a sbiadire ed una leggera luminosità avanzava da est quando la ranger si accorse che qualcosa disturbava l’ambiente in cui si trovava, non percepiva più il calore delle fiamme ne il lento brucare del suo cavallo, tutto perdeva forza e consistenza, un’ombra invase la sua mente, il gelo pervase il suo corpo, poi la sentì, da prima leggera e sottile come una pioggia primaverile, poi sempre più imponente, un suono, no una musica, melodia senza parole che attanagliava i suoi sensi, che la costringeva ad ascoltare, non poteva fuggire, non poteva gridare, cominciò ad avere paura, improvvisamente si ritrovò sveglia, seduta vicino al fuoco, con il corpo madido di sudore e i muscoli scossi dai brividi.
“Un’altra volta questo maledetto incubo” disse rivolgendosi ad Omlus, che la guardava incuriosito qualche metro più in la.
Erano già sette giorni che si svegliava nello stesso modo, quella melodia la perseguitava da quando aveva la sciato la carovana che stava scortando verso Brea; non ricordava di averla mai sentita prima, a volte la canticchiava come per rievocarla dalla sua memoria, la sua mente diceva che non era poi così importante ricordare l’origine di quella strana musica, ma la sua anima la ricercava in maniera quasi ossessiva.
Era già mattina inoltrata quando Kora varcò la soglia della locanda, l’oste, un uomo basso e grassoccio le venne in contro con un’aria cordiale e allegra.
“Come posso aiutarla mia cara?” Chiese l’uomo.
“Vorrei rimanere per un paio di giorni se avete posto” Rispose Kora, “Debbo fare provviste e far ferrare il mio cavallo”
“Certamente la nostra locanda è il miglior posto che lei potesse trovare, se vuole le preparo qualcosa di caldo da bere intanto che lei accompagna il suo destriero nella stalla” e senza neanche aspettare la risposta di Kora l’uomo sparì nelle cucine.
Che Omlus non fosse più un destriero da molto tempo la ragazza lo sapeva bene ma le piaceva sentirlo chiamare così, si avviò sul retro della casa.
L’aria era più calda del solito, la gente che si affaccendava, i bambini che giocavano, gli animali che pascolavano, tutto fece si che Kora cominciasse a sentirsi sempre più tranquilla.
Arrivò nella stalla e cominciò a strigliare il cavallo, si accorse che stava ancora canticchiando la melodia, si costrinse a smettere, qualcuno avrebbe potuto scambiarla per pazza o per una donnetta sciocca. In fondo alla grande stanza stava un cavallo che catturò subito l’attenzione della ragazza, il suo manto era nero, con una folta criniera, i garretti forti e robusti sostenevano il peso di un animale veramente impressionante; non tutti potevano permettersi un lusso del genere, forse era un uomo ricco o addirittura un cavaliere.
Non riuscì neanche a finire la domanda che, quello che doveva essere il proprietario del cavallo, entrò nella stalla.
Kora lo percepì ancora prima di averlo visto, si costrinse a riportare la sua attenzione sul caro Omlus, essere discreti e passare quasi inosservati rappresentava la regola d’oro dei ranger, osservò l’uomo avviarsi verso il suo splendido destriero, lo vide con la coda dell’occhio grattare l’ampia fronte dell’animale; era molto alto e magro, i capelli color dell’ambra raccolti in una lunga coda, le splendide vesti, di un intenso color blu, conferivano alla sua persona un aspetto quasi regale, la ranger non riusciva a scorgere i lineamenti del suo viso, si sarebbe dovuta girare sfacciatamente verso di lui, per un attimo si sentì quasi in imbarazzo, poi si accorse che anche lui la stava guardando.
“Il gioco si fa divertente” pensò Kora, a dire la verità sembrava che quell’uomo non aspettasse altro che rivolgerle la parola; con una malizia propria solo di una donna la ragazza si costrinse addirittura a voltargli le spalle.
”Se mi vuoi parlare devi essere tu a venire qui, vediamo che ti inventi….”Si sentì un po’ infantile a quel pensiero, ma la cosa la divertiva profondamente.

 

Bereal

“E tu cosa hai fatto? Le hai parlato … gli hai chiesto il suo nome … insomma ti sei avvicinato o sei rimasto impalato ad accarezzare il tuo cavallo?”
Bereal guardò il fratellino con aria divertita
“Falstaff, il mio cavallo si chiama Falstaff … è una bestia meravigliosa, ti piace?”
Fereal sbuffò impaziente
“Si, si … mi piace, ma non cambiare discorso! T’ho chiesto di raccontarmi cosa hai fatto … se le hai parlato o no!”.
Il bardo fece un ampio sorriso
“Va bene, va bene … ma lo sai che sei curioso?! Comunque, si, le ho parlato … ho parlato con Kora”
MESI PRIMA …
Erano settimane che non riusciva a pensare ad altro.
Aveva messo in un angolino nascosto della sua mente tutte le vicende capitategli in quegli ultimi nove anni: la fuga da suo padre, il periodo vissuto a Tharbad, gli splendidi anni nel Regno di Gondor, l’amore impossibile e l’allontanamento da ciò che lo aveva “ucciso dentro”, il ritorno a Tharbad, il viaggio verso Nord, il suo “incidente” e la conseguente cecità, le cure di quelle creature che in seguito scoprì essere gli Elfi del Bosco, l’incantevole Glinlind … e poi di nuovo l’amore e il dolore … e di nuovo in viaggio!
Aveva riposto in uno spazio remoto tutti i suoi ricordi e non faceva altro che pensare a quei versi.
Quei versi apparsi per la prima volta in sogno e poi, in seguito, ovunque entrasse in contatto con la natura: mentre ascoltava lo scorrere di un fiume o il vento tra le fronde degli alberi o la pioggia insistente sul suo cappuccio e sul terreno ormai zuppo …
Ovunque andasse c’erano quei versi:
Troverai…RUNE!…
…Possenti segni…
…Vittoriosi segni….
Che colorò il Vate possente,
Cui diedero forma gli Dei Potenti e
Incise il Dio che tra gli Dei Urla...
Aveva provato innumerevoli volte a metterli in musica. Per un Bardo abile come lui non sarebbe dovuto essere un problema e invece … non riusciva a trovare le note giuste! Ogni volta che sembrava vicino alla melodia perfetta tutto svaniva … era frustrante!
E poi … cosa significavano quei versi?
Perché lo stavano tormentando in quel modo?
Perché stava cercando la giusta melodia e, soprattutto, perché non riusciva a trovarla?
Le sue peregrinazioni lo avevano portato in un piccolo villaggio e da qualche giorno alloggiava in una locanda gestita da una cordiale, gentile ed affettuosa coppia di anziani coniugi.
Quella mattina aveva deciso di andare al piccolo fiume, nonostante la rigida temperatura, con il suo strumento musicale preferito per cercare l’ispirazione e magari comporre una melodia.
Era quasi pronto: si era lavato, aveva legato i capelli in una lunga coda, stava per afferrare il suo strumento a corde preferito quando …
“E’ lei!” pensò “E’ la musica che sto cercando”
Una voce (sicuramente femminile), proveniente da fuori, stava intonando delle note, una musica … e per Bereal fu un’illuminazione! Era la melodia che stava cercando da diverse settimane!
Ma chi era che stava canticchiando?
Corse ad affacciarsi alla finestra della sua stanza (posta al primo piano) e … non riuscì a vedere nulla. Scopri, però, che la voce proveniva dalle stalle sottostanti.
Dimenticò il suo strumento, si precipitò fuori dalla stanza, scese con pochi e lunghissimi balzi le scale che portavano alla sala comune della Locanda …
“Bereal, figliolo, ti stavo cercando. Volevo dirti che …”
Era l’oste che, vedendolo apparire di corsa, lo aveva intercettato per chiedergli qualcosa
“Non ora … io … scusatemi ho una cosa urgente da fare … perdonatemi …”
Il Bardo uscì velocemente dalla locanda
“Benedetto figliolo … è tanto bravo quanto strano … ed io che volevo solo chiedergli se … mmm … non importa, glielo chiederò più tardi”.
Bereal corse fino all’ingresso della stalla, si fermò prima di entrare, si ricompose, riprese fiato, sistemò le sue vesti ed entrò.
All’interno scorse subito la figura di una giovane donna, abbigliata con comode e pratiche vesti, probabilmente reduce da un lungo viaggio. Dai lineamenti del viso dedusse le sue origini: veniva da Sud, dal Regno di Gondor, ne era sicuro!
Stava provvedendo a sistemare il suo cavallo e non si degnò di girarsi.
Il Bardo si schiarì la voce, poi si avvicinò lentamente al suo cavallo, Falstaff, ed iniziò a fingere di occuparsi della bestia.
Passarono alcuni istanti … la ragazza stava mal celando la sua indifferenza e a quel punto Bereal decise di rompere il silenzio:
“Permettetemi di presentarmi, mia signora. Mi chiamo Bereal e sarebbe un onore per me conoscere il vostro nome”.
Disse queste parole mentre, incrociando le braccia sul petto, ovvero utilizzando il classico saluto degli Uomini di Gondor, i Nùmenòreani, si inchinò lievemente.

[...]
“E lei? Cosa ti ha detto …”
Fereal lo aveva interrotto ed ora, con gli occhi sgranati e con una buffa espressione incuriosita sul volto, gli stava chiedendo animatamente di proseguire il racconto.
Bereal sorrise al fratellino e continuò
“Si, Kora mi ha risposto. L’ho invitata ad assistere allo spettacolo che avrei tenuto quella sera in locanda e …”
Fereal parve sorpreso
“Ma non le hai detto nulla della canzone? Lei stava cantando la canzone che cercavi da settimane e tu non le hai detto niente!”
Bereal si finse offeso
“E tu al posto mio cosa avresti fatto? Le avresti raccontato tutto e subito? Eh no … ci vuole tempo per certe cose, fratellino! Tempo e diplomazia! Bisogna utilizzare bene le parole … ed io sono un artista della parola … quindi …”
Fereal a quel punto sembrava davvero divertito
“Si … un’artista della parola che rimane senza parole” e scoppio in una sonora e sincera risata alla quale, dopo poco, si unì anche il fratello maggiore.
MESI PRIMA …
Aveva dato appuntamento a Kora per ora di cena, in locanda.
Aveva nuovamente evitato l’oste che per la seconda volta aveva cercato di fermarlo per parlargli.
Era tornato di corsa nella sua stanza, preso il suo miglior strumento a corde e precipitato al vicino fiume (lo scorrere dell’acqua, da sempre, gli forniva la giusta ispirazione) per suonare un po’ e trovare la concentrazione in previsione della serata.
Fu interrotto dopo alcune ore dall’arrivo della moglie dell’oste che, gentilmente, gli aveva portato qualcosa di caldo da mangiare (Bereal, abituato alle rigide temperature del Nord, e perso nei suoi arpeggi, non si era reso conto di aver trascorso buona parte della giornata fuori dalla locanda, in riva al fiume, a suonare).
Rientrò in taverna ad ora di cena, l’oste riuscì finalmente a parlargli (dopo i due tentativi della mattina andati a vuoto) e gli chiese di suonare, per quella sera, qualcosa di nuovo, di diverso.
“Buon uomo … sono giorni che mi esibisco in questo posto e in realtà Voi non mi avete mai sentito Suonare!”
L’oste parve non capire e assunse un’espressione confusa.
“Stasera, per la prima volta, io Suonerò e Canterò”
Si voltò e si precipitò, di corsa, nella sua stanza.
“Come sarebbe a dire che non ha mai cantato ne suonato … ma se sono giorni che lo fa … bah … che strano figliolo!”
Bereal, nella sua stanza, si preparò.
Scese nella sala comune (volontariamente) in ritardo.
La stanza era piena e la gente, ormai soddisfatta dal cibo e dalle bevande, stava rumorosamente chiamando (ed acclamando) il Bardo.
Bereal attese che nella sala scese il silenzio assoluto.
Si sedette ed iniziò a Suonare (ma non a Cantare).
Il suo pubblico, dopo diversi minuti, era totalmente rapito … aveva la loro completa attenzione! In quel momento iniziò anche a cantare e proseguì a lungo per oltre un’ora.
Finalmente soddisfatto, decise di concludere la serata suonando la più bella canzone insegnatagli (anni prima) dagli Elfi del Bosco, cantando quindi nel linguaggio chiamato “Sindarin”, e dedicando ogni singola parola (e nota) a Kora, seduta in disparte in una angolo della locanda.
Volse, quindi, la sua attenzione alla giovane donna incontrata quella mattina ed iniziò.
Quello che accadde in seguito ebbe dell’incredibile!

 

Kora

Il suo nome era Bereal, era un Eothèd e non suonava affatto male, Kora certo non era esperta di bardi, nella sua vita non ne aveva incontrati più di due o tre, e questo sembrava proprio quello con più talento. Lo ascoltava mentre sorseggiava del sidro ad un tavolo della taverna, il bardo stava cantando un motivo molto orecchiabile, anche se la ragazza non riusciva a capirne le parole, doveva essere qualche lingua a lei sconosciuta ma molto dolce ed elegante.
La mattina, quando si erano conosciuti nelle stalle, lui le aveva detto che la sera avrebbe tenuto un’esibizione memorabile, per questo Kora aveva deciso che sarebbe rimasta ad ascoltarlo nella grande sala da pranzo, nonostante fosse molto stanca. Bereal si era presentato con un notevole ritardo, i lunghi capelli erano sciolti e portati all’indietro, aveva scelto per la serata un fantastico vestito nero;
”Sa come fare colpo sul pubblico” pensò la ranger.
Bereal terminò la sua canzone, tutti applaudirono e tornarono distratti a sorseggiare birra e a mangiare, L’eothed cominciò a suonare nuovamente, dopo circa dieci secondi che ascoltava la musica Kora cominciò ad impallidire, riconobbe la melodia che l’aveva ossessionata negli ultimi giorni, questa volta però sentiva anche le parole, non capiva cosa stesse succedendo, i sensi si ottenebravano, la gente mano mano spariva, la taverna si dissolveva, rimaneva solo la musica e la voce di Bereal a farle compagnia, come un faro che attirava la sua attenzione, ebbe di nuovo paura, ma qualcosa accadde, si sentì improvvisamente scossa da un brivido, le sensazioni tornavano più forti di prima, i sensi si acutizzavano, credette addirittura di percepire il latrato di un cane in lontananza, pensò ad Omlus, lo aveva legato bene? Gli aveva dato abbastanza biada? La porta della stalla era stata chiusa bene?
Pensieri turbinavano nella sua mente ed in sottofondo c’era sempre quella musica, c’era sempre il bardo che cantava; ad un tratto Bereal tacque, la calma tornò nell’animo di Kora, si guardò intorno e vide le facce stupite degli altri ospiti.
“Hanno avuto la mia stessa sensazione” pensò Kora.
Piano piano la gente cominciò ad avviarsi verso la porta, confusa, disorientata, ansiosa, la ranger non capiva, guardò Bereal, sembrava tranquillo e del tutto inconsapevole dell’effetto che la sua canzone aveva avuto sugli altri.
La ragazza avrebbe voluto tornare subito nella sua stanza ma la curiosità ebbe il sopravvento, fece un gesto al bardo per invitarlo a sedersi al suo tavolo, lui si mise seduto proprio davanti a lei, Kora lo guardò per un attimo, i limpidi occhi azzurri non mostravano la minima traccia dell’agitazione che aveva pervaso tutta la sala, lei avrebbe voluto fargli mille domande, ma si costrinse a mettere ordine tra le sue idee, dopo qualche secondo disse:
“Che razza di scherzo è mai questo? Hai sconvolto tutti i presenti, compresa me!”
Bereal pareva stupito, sembrava che non sapesse proprio di cosa Kora lo stesse accusando.
“Ho solo cantato una delle mie solite canzoni, niente di più”
“Niente di più?! Hai fatto fuggire la maggior parte della gente!!”
Il bardo si guardò attorno e dopo pochi secondi ammise:
” Effettivamente non avevo mai visto un comportamento del genere dopo una mia esibizione, generalmente sono divertiti e allegri.”
“Che canzone era?” Chiese Kora
Bereal cominciò a canticchiare a bassa voce.
“Non è questa!!!Quella che hai cantato questa sera era quella che io canticchiavo nelle stalle stamani!”
“Non è possibile ti sbagli Kora, sono sicuro del pezzo che ho eseguito”“E io ti dico che non è questo!”
I due si fissarono per un lungo momento, incapaci di dare qualsiasi tipo di spiegazione agli strani fatti che si erano verificati quella sera.

 

Bereal

“Ma insomma, Bereal … che canzone hai cantato quella sera?”
Il Bardo osservò per qualche istante il fratellino; poi vagò lontano col pensiero fino ad arrivare agli eventi verificatesi molti mesi prima … sembrava esser passata una vita da allora!
Distolse lo sguardo da Fereal, fissò per un istante la luna e disse:
“Ti assicuro che quella sera io suonai e cantai semplicemente una delle canzoni insegnatemi dagli Elfi del Bosco, la più bella delle canzoni che io conosca … ma nulla di diverso!”
Il fratellino parve deluso e con un filo di voce disse:
“Ma Kora … lei ti ha detto … si, insomma … lei ha detto che tu hai cantato un’altra canzone … la musica che ossessionava lei da settimane e … e i versi che tormentavano te da tanti giorni”
Il Bardo tornò a guardare il suo giovane interlocutore. Gli sorrise e continuò:
“Si Fereal … solo in seguito scoprii di aver suonato e cantato quella Canzone. Sarebbe meglio dire che quella Canzone mi ha usato per esser cantata. Io ero il suo strumento, il suo tramite … è un po’ difficile da spiegare … in un certo senso è come se fossi stato usato a mia insaputa”.
MESI PRIMA
Sdraiato sul suo letto.
Gli occhi fissi sul soffitto della stanza.
Fuori solo il rumore del vento, nulla più.
Che era successo?
Perché la gente se ne era andata dalla Locanda in quel modo?
Aveva suonato male?
No!
Era sicuro di essersi esibito bene, come non aveva mai fatto in quegli ultimi giorni.
E invece … quegli sguardi atterriti, impauriti, preoccupati …
Non capiva.
Anche l’oste aveva avuto la stessa reazione di tutti gli altri, se non peggio!
E perché quella giovane viaggiatrice, Kora, gli aveva detto che … che … cosa gli aveva detto esattamente Kora?
Era troppo stanco, voleva solo riposare. L’indomani mattina si sarebbe svegliato presto e avrebbe chiesto a Kora di cantargli quella melodia, la canzone che quella mattina aveva accennato nelle stalle mentre sistemava il suo cavallo.
Si, glielo avrebbe chiesto … e l’avrebbe messa in musica, avrebbe trovato le note giuste e poi l’avrebbe suonata col suo miglior strumento, cantandoci sopra i versi che da settimane lo tormentavano!
Si! Era questo che doveva fare!
[...]
“E lo hai fatto, Bereal? Gli hai chiesto di cantarti la sua Melodia?”
Fereal era sempre più incuriosito e coinvolto dal racconto del fratello maggiore.
“Si, fratellino, l’ho fatto. La mattina seguente mi sono svegliato di buonora, mi sono preparato con cura, ho scelto il mio strumento preferito e sono sceso nella sala comune. C’erano solo l’oste, sua moglie e un paio di abitanti del villaggio.”
Il suo giovane interlocutore parve perplesso.
“E Kora? Non c’era? Dov’era? Perché non …”
Il Bardo lo interruppe con un gesto della mano e, sorridendo ampiamente, proseguì:
“Kora arrivò qualche minuto dopo e venne a sedersi al mio tavolo”
MESI PRIMA
Bereal si alzò in piedi, fece cenno alla giovane viaggiatrice di avvicinarsi e la invitò a sedersi al suo tavolo.
“Buongiorno Kora” disse facendo un lieve inchino “ben svegliata!” proseguì sorridendo e mettendosi nuovamente seduto.
Ordinarono qualcosa da mangiare, una colazione semplice, e mentre aspettavano Bereal iniziò a parlare.
“Devo chiederti un favore, Kora. Quella che sto per farti può sembrare una richiesta insolita, me ne rendo conto, ma io sono un Bardo e per me alcune cose hanno un importanza maggiore rispetto alle persone che non amano la musica o che magari si limitano ad ascoltarla nelle locande … in effetti delle volte mi chiedo se …"
“Bereal …” la sua interlocutrice lo interruppe “qual’è il favore che vuoi chiedermi?”
Il Bardo non sembrò affatto imbarazzato della semplicità e dei modi diretti e pratici della ragazza … anzi, gli piaceva il suo modo di fare. Sorrise e proseguì:
“Volevo chiederti se tu potresti …”
“Ecco la vostra colazione, signori! Spero sia di vostro gradimento. Mi avete chiesto qualcosa di semplice, lo so, ma fuori fa freddo, voi vi siete alzati di buonora e suppongo abbiate degli affari da sbrigare quindi un sano e nutriente pasto vi sarà sicuramente utile per prendere energie ed affrontare le lunghe ore che vi separano dal pranzo. A tal proposito mi stavo chiedendo se …”
I due furono investiti da un fiume di parole e l’oste avrebbe proseguito se Bereal non lo avesse interrotto con un educato ma deciso segno della mano
“Mi chiedevo se questa mattina Falstaff ha ricevuto la sua dose di biada. Sapete, ieri mattina mi sono accorto che il mio povero cavallo aveva saltato la colazione e sarebbe un peccato se quella povera bestia dovesse rimanere a digiuno anche oggi …”
L’oste, inizialmente, parve non capire … poi, come colto da un’illuminazione, annuì energicamente e si congedò:
“Scusami, Bereal, hai ragione … si, si, ho capito … vado subito a controllare il tuo cavallo … vado nelle stalle … a più tardi.”
E così dicendo sparì velocemente fuori della locanda.
“Dicevo … volevo chiederti di seguirmi fino al fiume e cantarmi ancora la canzone che ieri mattina, nelle stalle, stavi …”
“Ma tu quella canzone già la conosci, Bereal! L’hai cantata ieri sera alla fine della tua esibizione.”
"Kora, perdonami, non vorrei assolutamente sembrare scortese … ma io ieri sera ho concluso la mia esibizione con una canzone che mi hanno insegnato gli El …” si fermò un istante, fece un lungo respiro “non ho cantato quella canzone, Kora. Non la conosco, quindi non posso suonarla.”
L’espressione di Kora era un misto tra incredulità, irritazione e curiosità.
“Ti sbagli, Bereal … ma a quanto pare ieri è successo qualcosa di strano a cui non so dare alcun tipo di spiegazione” la ragazza fece una pausa, poi proseguì “verrò con te al fiume” (ma perché proprio al fiume, pensò) “e ti canterò quella canzone … così anche tu ti renderai conto...”
[...]
“Perché proprio al fiume, Bereal”
Fereal pose quella domanda al fratello maggiore proprio come se la era posta Kora, mesi prima.
“Perché lo scorrere dell’acqua è l’essenza stessa della musica. Gli Elfi mi hanno insegnato ad ascoltare la voce di Ul… mmm … forse è un po’ difficile da spiegare, ma un giorno cercherò di farti capire. Diciamo che il suono dell’acqua mi aiuta tantissimo a concentrarmi”
Il suo giovane interlocutore parve non capire, ma era ansioso di conoscere il resto della storia.
“E poi? Cosa successe? Siete andati al fiume?”
MESI PRIMA
Faceva freddo ma Bereal sembrava non accorgersene.
Kora, invece, era avvolta nel suo pesante mantello e avrebbe preferito di gran lunga starsene al caldo della locanda piuttosto che seduta in riva ad un fiume in compagnia di un Bardo tanto interessante quanto strano.
Bereal pizzicò leggermente le corde del suo strumento, poi si fermò. Ascoltò per qualche istante lo scorrere dell’acqua e poi continuò ad arpeggiare.
Smise.
Sembrava soddisfatto.
“Bene. Possiamo iniziare. Ti dispiacerebbe cantarmi quella Canzone, Kora?”
E Kora cantò.
Ovviamente quella Canzone non aveva parole … era una semplice melodia.
Il Bardo ascoltò attentamente per alcuni minuti.
“Grazie … credo di aver capito. Ora provo io”
Iniziò a suonare e riuscì a trovare quasi subito (come spesso gli accadeva) le note giuste.
Kora annuiva soddisfatta, la musica era proprio quella!
Poi Bereal iniziò anche a cantare, accompagnando le note del suo strumento ai versi che da settimane lo perseguitavano e …
… tutto intorno a lui diventò più nitido, più chiaro, più definito.
Il rumore dell’acqua sembrava essersi amplificato, riusciva a distinguere dettagli che, normalmente, non avrebbe scorto neanche dopo un accurato ed attento esercizio di osservazione!
Che stava succedendo?
Anche Kora sembrava esser disorientata.
Smise di cantare e di suonare ma i suoi sensi erano ancora acutizzati come se …
“Non è saggio intonare un Canto di Potere così incautamente. Qualcuno, in questo momento, potrebbe essere in ascolto e a quel punto riuscirebbe ad individuarti con estrema facilità ... come ho fatto io.”
Non lo avevano sentito arrivare!
Kora e Bereal non lo avevano sentito arrivare!
Di fronte a loro un’altissima figura li stava osservando.
Lo straniero calò il cappuccio che celava il suo volto rivelando una folta capigliatura bionda.
I suoi lineamenti erano delicati, i suoi occhi profondi come gli abissi del mare, il suo portamento elegante, i suoi passi aggraziati, il suo sguardo intenso …
Bereal non aveva alcun dubbio! Si alzò immediatamente in piedi, assunse un’espressione dura, fece qualche passo in avanti frapponendosi tra il nuovo arrivato e Kora.
Lo sconosciuto si fermò, sorrise cordialmente e disse, con voce melodiosa:
“Sono in viaggio da molti giorni. Ieri sera, passando da queste parti, ho avuto la fortissima sensazione che qualcosa, o meglio qualcuno, stesse apertamente facendo uso di … come dire … stesse utilizzando le sue particolari doti per …”
“Chi è quest’uomo?” chiese Kora con un filo di voce, visibilmente impressionata dall’aspetto e dai modi dello straniero.
Bereal le si avvicinò ulteriormente e …

[...]
“Ma chi era? Chi era quello strano individuo?”
Fereal aveva nuovamente interrotto il racconto di suo fratello.
Il Bardo lo guardò con aria seria, poi gli sorrise e proseguì:
“Ti risponderò nello stesso identico modo in cui risposi a Kora, fratellino!”
MESI PRIMA
L’espressione del Bardo si fece ancora più ostile!
“Non avere paura, Kora” disse Bereal con voce dura e atona “non avere paura … è solo e semplicemente un Elfo!”.

 

Kora

“Solo un elfo!?”
Kora era talmente sconvolta da quell’essere che la sua voce risultò un misto tra disperazione ed isteria.
Solo nei suoi sogni aveva visto creature così belle, eleganti, eteree, forgiate dall’essenza stessa della luce, mai il suo sguardo si era posato su una tale dimostrazione del potere divino, la curiosità era mista alla paura, fissava quegli incredibili occhi profondi come il mare, finestre su un baratro che la chiamava a gran voce.
Bereal si mosse e Kora riuscì a scuotersi e a riprendere il contatto con la realtà, il bardo sembrava infastidito da quella presenza, aveva assunto un atteggiamento ostile, per un attimo la ragazza ringraziò il cielo che l’eothèd si trovasse tra lei e lo straniero.
Quando Bereal avanzò Kora si rese conto di stringere tra le mani un lembo del vestito del ragazzo, le nocche delle dita le stavano diventando bianche, ma lei non riusciva o non voleva perdere il contatto con l’unica persona che sembrava poter fronteggiare quella creatura.
“Il mio nome è Eruyomon e vengo da molto lontano”
Le parole dell’elfo sembravano sfiorare l’aria che le trasportava, eppure erano così chiare e inequivocabili nella mente di chi le percepiva, Kora si chiese cosa potesse volere da loro quella creatura; come se le avesse letto nella mente Bereal disse:
“Cosa vuoi da noi elfo?”
La voce del bardo era dura e velata da una certa nota di disgusto, per quanto la ranger lo conoscesse da poco non riusciva quasi ad immaginare che quel modo di parlare potesse appartenere a Bereal.
“Visto che qualcuno o qualcosa ha deciso di farvi un dono abbastanza insolito, mi stavo chiedendo se voi due accettereste di aiutarmi… per così dire in un affare che mi sta molto a cuore.”
Lo sguardo dell’elfo passava rapidamente da Bereal a Kora, era evidentemente in attesa di una risposta che tardava ad arrivare.
“Di che dono stai parlando?” Kora quasi non credeva di aver rivolto la parola ad Eruyomon.
“Ti ripeto, la canzone che stavate cantando è un canto di potere, un canto di vigilanza per l’esattezza, e a meno che qualcuno non sia versato in questa arte non dovreste proprio conoscerlo!”
“Cosa è un canto di vigilanza?” Kora aveva rivolto la domanda a Bereal sussurrandogliela in un orecchio, ma con sua enorme sorpresa anche Eruyomon la sentì, fu infatti lui a rispondere.
“Diciamo che i canti di potere traggono la loro forza dall’essenza stessa della musica, si caricano dell’energia di ciò che ci circonda e la restituiscono modificando il mondo che percepiamo, vero Bereal?”
Il bardo annuì controvoglia.
“Allora avrò il vostro aiuto?” Chiese Eruyomon
“Elfo io non mi fido della tua razza, ma voglio assolutamente scoprire per quale motivo mi ritrovo a cantare un canto di potere. Ti seguirò.” Detto questo Bereal si voltò verso Kora e aggiunse:
“Non sei costretta a venire con me,non so cosa potrebbe aspettarci, quindi se vuoi andare a casa non esitare.”
La ranger ci pensò un attimo, voleva veramente tornare a casa, voleva raccontare a Marcus tutte le cose incredibili che le erano accadute, voleva accarezzare nuovamente il musetto di Razil e stendersi all’ombra del grande albero in giardino; esitò un attimo e poi rispose:
“Certe occasioni ti capitano una volta sola nella vita, e credo che sia giusto non sprecarle, voglio sapere anche io per quale motivo siamo stati tirati in ballo in questioni più grandi di noi, quindi verrò con te Bereal.” E strizzandogli l’occhio aggiunse:
“ E poi hai bisogno di qualcuno che ti difenda no?”

...:: GWAERON ::...

(by Northman)

 

Camminava solo, in una foresta che i raggi del sole faticavano a penetrare, anche in pieno giorno. Il lago Nenuial non poteva essere troppo lontano, e lì avrebbe trovato rifugio, nella torre di Barad Parth.
Aveva solo un'idea di che giorno fosse. Da troppo tempo non si fermava, inseguito da squadre di orchi e lupi che fiutavano le sue tracce, mentre attraversava fiumi, strade, foreste e paludi, nel disperato tentativo di seminarli. A una prima occhiata sarebbe stato difficile distinguerlo dalle bestie che lo inseguivano, coperto com'era di fango e sangue rappreso, stanco e insonne. Eppure la corporatura alta e massiccia, la fattura dei suoi vestiti, benchè sporchi e laceri, i tratti nordici nascosti dalla barba e dal fango, i capelli biondi incrostati di sangue, la lunga spada che portava con sè, e soprattutto la determinazione nei piccoli occhi celesti e la fermezza nel passo lasciavano intravedere un uomo valoroso e forte. Era una guardia del Nord. Il suo nome era Gwaeron.
Fuggiva. E insieme cercava di raggiungere un posto dove qualcuno lo potesse aiutare, forse Imladris, meglio ancora Fornost, dove erano i suoi pochi amici. Perchè dopo mesi di caccia e inseguimenti, era riuscito a entrare in una fortezza del Nemico nelle Montagne Nebbiose, ed a riprendersi l'oggetto per il quale, molto tempo prima, suo padre e la sua famiglia erano morti per mano di un uomo venuto dal sud, di cui ora conosceva anche il nome. E lo avrebbe difeso con la vita, quel libro incomprensibile, rilegato in una strana pelle nera, che portava in una borsa a tracolla, che faceva nascere in lui mille domande, che poteva essere l'unica via per capire il perchè delle cose, e per trovare, finalmente, la vendetta.

...:: EARWEN ::...

(by Elyanna)

 

Suo fratello la stava aspettando, doveva fare in fretta a prepararsi per evitare che la sgridasse come al solito per i suoi ritardi, anche se sapeva che il rancore verso di lei non dimorava in Caranthir più di qualche minuto. Caranthir era tutto ciò che le restava della sua famiglia… sua madre era morta nel metterla al mondo trent’anni prima in una grigia mattina d’inverno; Earwen sapeva di non avere alcuna colpa di ciò, ma era terribile pensare che la propria vita fosse frutto di un tale sacrificio, perché di un sacrificio si era trattato, in quanto sua madre Elenie, aveva avuto la possibilità di scegliere tra la sua morte e quella del suo bambino e, nonostante le suppliche del marito, aveva scelto il dono più grande, dare la propria vita in cambio di quella della sua creatura. Quando Earwen, ormai adolescente, lo seppe, rimase sconvolta e da quel momento cominciò a sentire un peso nel cuore, come se avesse un debito da pagare, un compito da assolvere …come se dovesse dare un senso più alto alla sua vita, per ripagare e giustificare il sacrificio della madre.
Crescendo dovette affrontare lutti e perdite, ma una grande determinazione le diede la forza di portare avanti le sue idee contro tutto e tutti, perfino contro Caranthir, che l'avrebbe voluta vedere a casa, magari sposata ad un brav'uomo e con due o tre pargoli...ma non erano tempi adatti a mettere su famiglia e lei aveva ben altro a cui pensare... non avrebbe mai più permesso a se stessa di assistere inerte alla distruzione del suo mondo, alla sofferenza delle persone che amava: dovette impegnarsi molto per essere all'altezza di quanto si proponeva. Furono anni duri passati tra lo studio di mappe, antichi libri, lunghe e pericolose esplorazioni, ore ed ore di esercizio con l'arco: là dove Caranthir era forte e potente, lei era agile e pronta...là dove lui era deciso ed impulsivo, lei era accorta e riflessiva; aveva molto da imparare da suo fratello, ma poteva essergli anche molto utile..in ogni caso avrebbe seguito la sua strada con o senza di lui. Dopo diverse missioni alle quali, volente o nolente, il fratello le aveva permesso di partecipare, era stata in qualche modo accettata, nonostante fosse donna, nella "cerchia" dei Capitani del Nord ed in qualche modo "rispettata" per le sue capacità, ma infondo a lei questo non interessava..."Aspetto qualcosa" pensava spesso "voglio capire se davvero il mio essere parte di questo mondo farà la differenza...la morte è il nostro dono, ma anche la vita lo è...un dono che dobbiamo meritare e restituire".
Aveva finito di prepararsi e stava per scendere quando lo sguardo le cadde su dei fogli sparsi sul tavolo, un messaggio da Fornost "Stanno per organizzare un'altra delle solite, sterili riunioni...se almeno servissero a qualcosa: siamo pochi, stanchi...l'Arthedain è in ginocchio e temo, purtroppo, che la nostra guida non sia più all'altezza della situazione. E' vero Angmar è stato sconfitto, e questo dovrebbe in qualche modo darci speranza, ma non credo sia morto, credo profondamente negli elfi e nelle loro profezie...e finchè il nemico non sarà distrutto, la pace sarà solo un'illusione", poi su di una lettera "Gwaeron...dal tono della tua missiva pensavo che a quest'ora saresti già tornato...cos'è questa ricerca che ti ha portato lontano ed in modo così misterioso? Forse avremmo dovuto offrirci di accompagnarti, spero non ti sia successo nulla...ora purtroppo non posso fare altro che pregare per il tuo ritorno". Mestamente si affrettò a scendere.

...:: LA TORRE DELLE AQUILE ::...

(by Ossian, Valandur, Northman e Elyanna)

 

Master
“Questo Azazel ha imprudentemente dichiarato di essere un servo di Angmâr. Nella spopolata Arnor, un contingente di orchi e lupi non si potrebbe nè Riunire né muoversi non visto, se non ad opera di una potente ed oscura volontà, tesa verso un qualche importante obiettivo”
Questa frase, detta con tanta semplicità, fece scendere ’inverno nella Torre delle Aquile di Fornost. Aranarth, Capitano dei Raminghi del Nord, presiedeva la riunione. Intorno a lui, molti Raminghi, seduti al tavolo davanti ad un cumulo di mappe infilzate da decine di piccole bandiere. Vestiti come sempre di abiti pratici e semplici, tinti dei colori del bosco, contrastavano aspramente con i signori di Arnor, almeno quelli che erano sopravvissuti alla guerra. Questi si erano presentati vestiti di splendide cotte di anelli, cingendo spade e daghe e lasciando all’ingresso scudi dai colorati stemmi.
Fu proprio Aranarth a rompere il silenzio.
“Gwaeron. Ti vediamo scosso e provato. Ci hai raccontato solo frammenti della tua storia, ed ancora non abbiamo capito chi è l’uomo che ti accompagna, e che sembra versare nelle tue stesse condizioni”. Aranarth, stanco dai lunghi anni di guerra, demoralizzato dalle lotte interne che continuavano indomate tra i pochi dignitari rimasti a Fornost, fece una pausa. Si guardò intorno cercando un sostegno negli occhi dei raminghi più anziani, e proseguì. “Prima che le tue affermazioni ci portino alla coscrizione di un nuovo esercito, sii buono e raccontaci che cosa ci facevi a Minas Parth e, soprattutto, se pensi che vi sia ancora speranza per la sua guarnigione”.
Caranthir ed Earwen arano là, dietro Gwaeron. Avevano ascoltato solo pochi episodi i più della storia del loro amico nordico, ma sapevano bene perché si trovava in quella torre e quale impresa era riuscito a compiere. Ansiosi di avere qualche dettaglio in più, ma timorosi che orecchie poco amiche potessero apprendere più del necessario, lasciarono che fosse Gwaeron a decidere che cosa rivelare e cosa nascondere, sebbene l’idea di tessere trame alle spalle del Capitano Aranarth addolorasse Caranthir in gran misura.
Gwaeron, che aveva ancora il fiatone per le scale fatte e per il frettoloso rapporto riferito alla riunione, prese un lungo respiro, raccolse le idee, e disse…

 

Caranthir
Ancora un'altra inutile riunione nella Torre delle Aquile.
Tutti i presenti stavano animatamente discutendo sul futuro del Regno del Nord e sul destino occorso al malefico Reame di Angmar ed al suo terribile Re Stregone.
Ma come al solito le interminabili discussioni non avrebbero portato alcun risultato concreto ed il consiglio avrebbe deliberato qualche altro fumoso ed inconcludente documento.
Carte bollate, titoli e vuoto orgoglio.
Non era rimasto altro del grande regno di Arnor?
Osservando quello stupido spocchioso di Hiradur, che aveva appena preso la parola, sembrava proprio di no.
Neanche il precipitoso arrivo del suo caro amico Gwaeron, che aveva portato la disastrosa notizia dell'improvvisa caduta della torre di Barad Parth, sembrava aver scosso a sufficienza il consiglio, che ora stava di nuovo discutendo del modo migliore di rispondere a quest'altro terribile colpo inferto ai resti di Arthedain.
Caranthir era sempre più amareggiato.
Il suo amico sembrava aver portato con sè un oggetto di grande potere, causa del poderoso attacco sferrato alla fortezza dùnadan, e Caranthir aveva promesso di aiutarlo e di accompagnarlo al rifugio elfico di Gran Burrone per chiedere consiglio al suo saggio Signore. Ora doveva solo trovare il modo di convincere Earwen a non accompagnarli.
Mentre pensava fra sè guardò brevemente sua sorella seduta accanto a lui:
*Non questa volta sorellina, stavolta dovrò andare da solo. E' troppo pericoloso...*
La voce beffarda di Hiradur lo distolse dai suoi pensieri:
"Allora, nobile Caranthir, guiderai la spedizione che vendicherà i caduti di Barad Parth, come ti chiede il tuo signore?"
Caranthir si volse verso Aranarth, il Supremo Capitano dei Dùnedain del Nord, che lo fissava in silenzio aspettando una sua risposta.
*Se mi rifiuto di rispondere ad una richiesta del mio Signore, il mio onore e quello della mia casata andrà alle ortiche. Gli Eldanar saranno considerati codardi e traditori e la nostra antica famiglia perderà ogni influenza in seno al Consiglio*
Si girò indeciso verso sua sorella e verso l'amico, che gli aveva appena chiesto disperatamente aiuto. Aveva promesso di aiutarlo. Aveva promesso.
"Sono addolorato mio signore, ma non posso farlo."
Aranarth, lo guardò intensamente, come per cercare di capire quale fosse il motivo di un tale rifiuto, ma poi si volse verso Hiradur, che intanto aveva ricominciato a parlare:
"Ecco, come vedete ancora una volta gli Eldanar, dall'alto della loro grande sapienza e saggezza accumulate nel corso della loro lunghissima storia, se ne lavano le mani e rifiutano di immischiarsi nelle futili faccende dei loro fratelli..."
Caranthir si alzò in silenzio dal suo posto ed uscì dalla sala, seguito da Gwaeron ed Earwen...

 

Torre delle Aquile-Fornost
Caranthir, Earwen, Gwaeron ed il giovane che l'accompagnava stavano dirigendosi verso la porta...
"Non così in fretta Eldanar, non ho ancora finito di parlare. Vi rifiutate di aiutare i vostri fratelli senza neanche dare una qualsivoglia spiegazione? Neanche questo meritiamo? Quale sarebbe questo impegno improrogabile che vi impedisce di fornire i vostri servigi per il bene del vostro Sire e di tutti noi? Avete forse qualche segreto da nascondere?"Lo sguardo di Hiradur si voltò verso Aranarth cercando approvazione e trovando innegabilmente un certa curiosità unita ad un fondo di sospetto "Ebbene nobile Caranthir, la missione che volevo affidarti era molto importante e di grande fiducia., il tuo rifiuto esige una spiegazione."
Caranthir guardò alternativamente Gwaeron ed Aranarth "Mio Signore" disse con voce incerta "io, non posso...io..."
Earwen conosceva la lealtà e la devozione che il fratello provava nei confronti di Aranarth: gli avrebbe detto la verità? No, Caranthir, non lo fare, è troppo pericoloso, non possiamo fidarci di nessuno, neanche di lui. Passarono alcuni istanti senza che Caranthir riuscisse a dare risposta, diviso tra la promessa fatta al suo amico ed il peso di dover mentire al suo Capitano.
"Mio Signore," era la prima volta che Earwen prendeva la parola ad una riunione "non ci è possibile adempiere al Vostro volere a causa di gravi motivi di famiglia " disse con voce ferma; una risposta che, portando la discussione dalla sfera "professionale" a quella personale, non dava alcuna reale informazione, ma non ammetteva repliche, almeno in pubblico. Aranarth, che nel frattempo si era alzato, ricadde sulla grande sedia, deluso e stanco , tenendo la testa tra le mani.
Caranthir, guardando la sorella con gratitudine, riprese a camminare verso il fondo della sala.
I quattro si diressero in un alloggio dove era possibile parlare lontano da orecchie indiscrete.
Earwen si rivolse immediatamente a Gwaeron "Ora che puoi parlare, ti prego, raccontaci : cosa ti è successo esattamente dall'ultima lettera che ci hai inviato? E chi è questo giovane che ti accompagna?"
Prima di iniziare a parlare Gwaeron trasse, dalla borsa che portava con sè, un oggetto voluminoso ricoperto da una stoffa.

 

Gwaeron
Stanco, sporco, ferito, teso, Gwaeron ripetè ai suoi vecchi amici la storia che aveva raccontato ad Aranarth nel consiglio. A loro però avrebbe detto tutto, almeno tutto quello che sapeva. E questo valeva anche per il ragazzo che camminava al suo fianco. In fondo, gli doveva la vita.
Una volta entrati nelle stanze di Caranthir ed Earwen, al riparo da occhi e orecchie indiscreti, poggiò sul tavolo una borsa di cuoio, e ne estrasse un libro rilegato di una strana pelle scura. Attese un attimo, in silenzio. Poi iniziò.
"Caranthir, Earwen. Quest'uomo è Arrakha. Non stupitevi se parlerò di certe cose anche davanti a lui, nonostante lo conosca da poche settimane, e benchè, come ben sapete, la mia fiducia sia bene raro. Il mio istinto e gli avvenimenti degli ultimi tempi sono concordi nel giudicarlo.
Ricorderete l'ultima volta che sono partito. E'successo mesi fa. Ho fatto un viaggio lunghissimo, e molto pericoloso. Ma non vano. Dopo anni di ricerche, ho saputo che un gruppo di orchi, una squadra piuttosto numerosa agli ordini di un uomo del Sud di nome Azazel, aveva rubato non lontano da qui un oggetto che molti anni fa costò la vita a mio padre, e alla mia famiglia. Gli orchi lo stavano trasportando verso una fortezza nelle Montagne Nebbiose settentrionali, dove avrebbero atteso l'arrivo del loro padrone.
Coraggio o follia, non saprei dirlo. Ma in fondo è tutta la vita che cerco di sapere, e vendicarmi. Sono entrato in quella fortezza, da solo, una mattina presto. Ho trovato quel che cercavo, l'ho preso, e sono fuggito.
Non senza lasciarmi dietro qualche cadavere, però. E Azazel non poteva tardare molto. Ero solo, viaggiavo a piedi, e se sono vivo lo devo alla fortuna, e alla mia conoscenza delle foreste a est di qui. Mi hanno inseguito per settimane. Una volta mi hanno mancato per poche ore. Sono orchi, è vero, ma li guida è un uomo, e di grande potere. Dapprima volevo andare verso ovest, a Imladris, ma non me l'hanno permesso. Poi ho seguito la Via, cercando di arrivare fin qui e rifugiarmi, ma il cammino era sorvegliato, e mi sono diretto verso nord. Giunto nei pressi del lago Evendim, ormai allo strenuo delle forze, mi sono ricordato di Barad Parth, e della guarnigione che, a quanto sapevo, teneva la torre. Arrakha ne è ora l'unico superstite.
Ho bussato alla loro porta, e mi hanno aperto. Senza sapere bene chi fossi, o perchè fossi inseguito, mi hanno ospitato, mentre una tempesta spazzava le terre del nord per giorni e giorni, e la mia vita era salva per miracolo.
C'è ancora valore negli uomini. Barad Parth ne è stata la prova. Dopo tre settimane, quando la tempesta era passata, e iniziavo a pensare di ripartire, sono arrivati. Stavolta non in piccoli gruppi, ma più numerosi. Azazel era con loro.
Hanno preso la torre. I soldati hanno combattuto come leoni, ma i nemici erano troppi. Hanno difeso me e la torre con coraggio, ma sono caduti, senza neanche sapere perchè. Ora è giusto che almeno Arrakha lo sappia. Azazel mi ha chiesto di restituirgli quello che avevo preso, ma sarei morto pur di non darglielo. E mentre Arrakha, ultimo dei suoi, continuava a combattere, ho rischiato la vita tuffandomi nel lago, e così ha fatto il mio compagno, approfittando della confusione. Siamo scappati, e siamo riusciti a seminarli venendo qui. Tutto per questo libro"
Dicendo questo, lo aprì. Il libro era evidentemente molto vecchio, ma la peculiarità era un'altra. Era pieno di parole di senso compiuto, scritte in Sindarin, ma messe a caso come pescate da un sacco. Mostrandolo a Caranthir ed Earwen con le pagine aperte, disse loro:
"Eccolo qui. Cosa sia di preciso, non lo so. Ma so che è costato la vita a mio padre, che lo aveva avuto chissà come. E un piccolo esercito è pronto alla guerra per riprenderselo. Il punto è che è scritto in un codice incomprensibile. E c'è un solo posto dove posso portarlo.Ma non posso andarci da solo."

 

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